Il sacro e profano del XXI secolo: Claudia Rogge

Anche quest’anno l’Arte Fiera di Bologna mi ha riservato una miriade di sorprese e di interessanti scoperte ‘artistiche’. Ma un’immagine in particolare mi ha letteralmente conquistata al primo sguardo: Paradiso I della fotografa tedesca Claudia Rogge. L’opera è inserita nel progetto EverAfter, rappresentazione visiva in chiave moderna delle tre Cantiche – Inferno, Purgatorio e Paradiso – della Divina Commedia di Dante Alighieri.

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La sacralità del Metallo

Rispondete senza pensarci troppo: che genere di melodia potrebbe accompagnare questo testo? “In Him we must believe, He is the only way”, oppure “His Son we must receive, tomorrow’s too late, accept Him today”. O ancora (e adesso vi aiuto non poco), “In God we trust, in Him we must believe!”.

State (quasi) tutti pensando a un giro di Do+, vero?

Strimpellato malamente, per mezzo di una chitarra scordata, da un gruppetto di allegri ciellini che ne masticano d’inglese?

Lo avrei pensato anch’io, ma la risposta è sbagliata, le “apparenze” ingannano e il testo non fa..il monaco. Continua a leggere

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Non chiamatelo semplicemente Incubo

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Recentemente ho avuto il piacere di incontrare un giovane autore, Simonluca Renda, che cura la neonata collana Artgotique per l’editore Hermatena, in occasione della presentazione del primo volume: SATIRO DEMONE FOLLETTO, I mille volti dell’Incubo.

L’obiettivo della collana è di indagare alcune figure occulte del folklore con un approccio storico e libero da pregiudizi. Per uno sguardo più approfondito: www.hermatena.it

Dal fenomeno dell’efialte (o paralisi del sonno) parte la disamina della figura dell’Incubo, dalla sua prima connotazione in epoche precristiane fino al suo sviluppo contemporaneo. Continua a leggere

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La profanazione del Divino

Un tipo violento, pronto ad uccidere per gioco e per piacere; un fosco passato da lenone ed una figlia illegittima, frutto della passione adultera per la moglie di un protettore rivale. Ma anche autore fecondo della scena sacra romana, a cavallo tra Barocco e Rinascimento.

Le vicende che avvolgono la figura di Michelangelo Merisi, detto Caravaggio dal luogo di provenienza della sua famiglia, continuano ad esercitare un fascino indiscusso, richiamando l’interesse di studiosi ed appassionati. Continua a leggere

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Quando la luce pagana illumina il divino

Dal 6 al 9 dicembre, nella città dei fratelli Lumiére, dei compositori Jarre e dello scrittore Antoine de Saint-Exupéry, si tiene – non a caso – uno degli eventi visivi e musicali più suggestivi d’Europa: la Festa delle Luci. Uno spettacolo mozzafiato, le cui numerose performance richiamano a Lione quasi quattro milioni di visitatori ogni anno.

La celebrazione nasce come tributo religioso alla Vergine Maria, ma negli anni ha acquisito un carattere così turistico che molti gruppi cattolici oggi manifestano fortemente la necessità che siano recuperati in pieno i sacri significati che ne hanno ispirato l’istituzione. Continua a leggere

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Noi, voi o loro? La letteratura delle minoranze etniche nella Londra contemporanea

Questa settimana siamo andati a Londra! Tra una passeggiata ad Hide Park e un cartone di fish & chips abbiamo curiosato nelle librerie alla ricerca di autori contemporanei.

Abbiamo così scoperto che Londra, città d’avanguardia per definizione, è stata la prima città a lanciare la moda dei racconti che trattano di personaggi e storie multiculturali.

Niente di più naturale per una città che è nel corso della storia è cresciuta per effetto di consistenti flussi migratori.  L’integrazione culturale, con cui da secoli i Londinesi fanno i conti, è un tema che non ha mai perso il suo fascino, soprattutto dopo gli attentati del 2005.

I libri che parlano di minoranze etniche hanno eco anche nel resto dell’Europa, soprattutto in quei Paesi come l’Italia, dove la multiculturalità rimane, a seconda dei punti di vista, una minaccia ancora da affrontare … o magari un’opportunità da cogliere.

Hanif Kureishi, reso famoso dalla sceneggiatura del film “Lavanderia a gettoni” (My beautifull Laundrette), è stato uno dei primi scrittori londinesi figlio di immigrati a raccontare la città attraverso gli occhi di un pakistano. Nel suo libro “Il mio orecchio sul suo cuore” (uscito in Italia un anno fa) racconta la storia di un ragazzo nato e cresciuto a Londra che si imbatte per caso in un manoscritto del padre mai pubblicato. Il romanzo, dal titolo Un’adolescenza indiana, lo spinge un’analisi nella storia della propria famiglia, una scoperta di valori e della cultura che l’hanno caratterizzata e infine ad un’analisi delle proprie scelte e delle proprie contraddizioni. E’ un romanzo che parla della distanza generazionale che diviene più marcata li dove c’è anche una distanza culturale.

Le contraddizioni della multietnica società inglese sono tema centrale del romanzo “Sotto la nevicata” di Caryl Phillips distribuito anche in Italia. Scrittore di origine caraibica, cresciuto a Leeds in Inghilterra. Il personaggio principale, Keith Gordon, figlio di immigrati indiani, è dirigente dell’ufficio per l’immigrazione a Londra. Vive la sua vita tra la volontà di diventare scrittore e l’impossibilità di dedicarsi a questa professione in un momento in cui la sua vita è governata dal caos. Un divorzio imminente, una figlia che frequenta delle gang di strada e le mille domande che lo attanagliano circa i disagi degli immigrati e il razzismo nella sua nazione. Attraverso Keith Gordon, Phillips si interroga sul concetto di identità e di razza e scopre quanto la Londra contemporanea sia intrisa di contraddizioni sociali che a dispetto della multiculturalità rendono molto difficile l’espressione di una vera identità.

Di tono decisamente umoristico è invece “Agrodolce” romanzo di Timothy Mo. Scrittore nato da papà cinese e mamma inglese, che all’età di sei anni dopo il divorzio dei genitori va a vivere nel retro della loro casa, nel quartiere di servi cinesi. L’esperienza dura pochissimo, dato che viene prontamente ricondotto dalla mamma ad un a vita di stampo inglese, ma segna Timothy che si sente diviso tra due identità culturali e linguistiche. Questa scissione è poi stata tramutata in storie raccontate nei suoi libri. Agrodolce, libro che trae il nome dal maiale tipico della cucina cinese, è un libro dove humor e dramma si mescolano.

Il libro racconta la storia dei Chen, famiglia di Hong Kong, alla ricerca di fortuna nella Londra degli anni settanta. In un Paese dove impazza la cucina cinese, la famiglia Chen rifila pasti di cattiva qualità ai numerosi clienti che ogni sera fanno la fila per una cena trendy.  Vivono nel pieno della cultura inglese i Chen, ma sono ben attenti a non farsi “contaminare”rispettando pienamente i valori e il modus vivendi che la cultura cinese impone, soprattutto per quel che attiene il rispetto dei legami familiari. Tali legami portano i Chen a contrarre ingenuamente un debito con una famiglia cinese in odore di mafia. Questa vicenda li costringerà ad allontanarsi dal proprio quartiere e ad aprire un take away. Da qui inzia una esplorazione più attenta da parte di alcuni membri della famiglia  delle abitudini e cultura inglese, l’apertura si insinua gradualmente nelle pieghe della diffidenza. Il libro, che ha scatenato anche una critica accesa, vuole nelle intenzioni dell’autore essere una critica molto forte delle insidie insite nella cultura cinesa.

Timothy Mo afferma infatti che “La cultura cinese è una cultura pericolosa, in cui le cose buone e le cose cattive si confondono perché nascono dalla stessa idea, dagli stessi valori. Il rispetto per gli anziani è in sé un’ ottima cosa, purché non porti alla incapacità di critica. E così la lealtà e la solidarietà familiare che, portate fuori dalla famiglia, nel mondo, sono responsabili delle forme associative di tipo mafioso. I cinesi vedono nella famiglia, non nell’ individuo, l’ unità della sopravvivenza. E questa mancanza di fiducia nell’ individuo ha creato una società che non è in grado di sostenere nessuna forma di struttura democratica. Che ha sempre portato al totalitarismo e a tirannie corrotte. Alla corruzione del regime mandarino o al totalitarismo di quello comunista, che del resto non è meno corrotto”.

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Noi ed il denaro. Quanta consapevolezza c’è dietro il nostro modo di utilizzare i soldi?

Comportamenti diversi nell’utilizzo del denaro possono contribuire a cambiare l’economia?

Nel dibattito “Non con i miei soldi” che ha avuto luogo a Ferrara, in occasione del Festival della rivista “Internazionale”, lo scorso 6 ottobre si è discusso di questo e si è parlato del ruolo delle banche etiche.Bagaglio a mano ve lo racconta.

Molti di noi hanno del denaro depositato in banca, ma se qualcuno ci chiedesse come questi soldi sono utilizzati probabilmente non sapremmo rispondere.

Ci siamo mai chiesti se i nostri soldi finanziano imprese solide ed in grado di generare sviluppo? Se queste imprese finanziano attività illegali? Come trattano i propri lavoratori?

A queste domande stanno cercando di dare una risposta le cosiddette banche etiche. Un esempio a livello internazionale è quello di Charity Bank . In Italia lo stesso tipo di servizio viene offerto da Banca Etica.

Il servizio offerto da queste banche è non soltanto quello di investire il denaro dei risparmiatori ma di fornire agli stessi informazioni sull’utilizzo che viene fatto del proprio denaro. I correntisti di Charity Bank per esempio possono andare a visitare i siti produttivi e le attività economiche che vengono finanziate mediante il proprio denaro. La caratteristica cardine di tali istituti sembra essere proprio l’ accesso trasparente alle informazioni inerenti l’ investimento.

Secondo Ugo Biggieri di Banca Etica “i giovani oggi hanno difficoltà nell’associare alla parola democrazia la parola mercato. Il mercato è un luogo di libertà ma noi confondiamo il concetto di libertà con il concetto di liberismo. Se nel mercato disponiamo delle azioni di un’azienda abbiamo il diritto di chiedere come si comporta con i lavoratori, se va in paradisi fiscali, cosa fa con i nostri soldi. Le istituzioni (Banche centrali, organismi di vigilanza,…) non sempre tutelano l’interesse collettivo dando una risposta a queste domande”. In sostanza Biggieri dice che l’assenza di trasparenza nell’utilizzo dei soldi fa percepire il mercato, l’economia non come un contesto in cui si ha l’opportunità di creare e sviluppare ma come una scatola nera di cui è difficile capire il contenuto e che troppo spesso si risolve a vantaggio di pochi.

Prima di rivendicare nuove regole economiche che provengano dalle istituzioni occorrerà assumersi delle responsabilità individuali ed avere una maggiore consapevolezza delle scelte che si fanno. Decidere consapevolmente come investire i propri soldi, come svolgere il proprio lavoro, quale atteggiamento assumere verso le istituzioni può essere un modo per assumersi delle responsabilità come cittadini.

“Questa è la democrazia insita in un sistema di mercato. Non esiste democrazia se non sono questi i valori della gente. Non esiste democrazia senza partecipazione ed ascolto”.

Come si inserisce Banca Etica in questo discorso non di economia ma di democrazia?

Per Biggieri il legame è molto stretto “Chi oggi lavora e porta avanti le attività di banca etica non ha dichiarato dei valori da mettere in atto con la creazione della banca. Chi ha creato questa banca ha portato dentro la propria vita personale ed i valori a cui essa si appoggia. Sono persone che volevano affrontare problemi di giustizia sociale, e nel 2002 uno strumento disponibile sul mercato era la banca. Era l’unico strumento che  le persone potevano veramente riconoscere ed apprezzare”.

Alla domanda se le banche etiche hanno avuto un impatto negativo a causa della crisi Biggeri risponde che “inziative come queste, molto deboli rispetto a quelle dell’economia tradizionale, hanno mostrato una maggiore resistenza in tempi di crisi.  Proprio perché i criteri su cui poggia e gli obiettivi che si pone non sono propriamente quelli dell’economia tradizionale”.

Ma come fa una banca etica a valutare la bontà di coloro che finanzia?

“Non utilizza meramente una valutazione numerica, un rating per definire la solvibilità del cliente. Si avvale di valutatori che lavorano sui territori e che analizzano gli investitori attraverso le conoscenze dirette”.

Ma che volumi di risparmio gestisce una banca etica?

“Un numero piccolissimo, una percentuale ridicola rispetto al volume di risparmi gestito dalla banca tradizionale. Per es. Banca Etica ha un risparmio gestito pari a circa 800 MLN di euro. Questi numeri ridotti fanno si che le iniziative di investimento siano limitate a settori prevalentemente no profit. Cosa che invece non accade in Inghilterra per Charity Bank dove l’investimento è orientato molto anche alle imprese”.

Vale dunque la pena investire in una banca etica? Noi della terza pagina lasciamo a voi i commenti, intanto andiamo a fare un giro nelle banche etiche e speriamo al più presto di sapervi dire.

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Natura o cultura?

Essere donna oggi. Questione di natura o cultura?

La francese Simone de Beauvoir, fra le maggiori pensatrici del XX secolo, non aveva dubbi e, quando nel 1949 pubblicò Le deuxième sexe, prese una chiara posizione a favore delle influenze ambientali.

«Donne non si nasce, lo si diventa – scrisse – Nessun destino biologico, psichico, economico definisce l’aspetto che riveste in seno alla società la femmina dell’uomo; è l’insieme della storia e della civiltà a elaborare quel prodotto intermedio tra il maschio e il castrato che chiamiamo donna.»

E, sulla femminilità come costruzione culturale, de Beauvoir non fu la sola a disquisire. Continua a leggere

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“Dov’ è cavasuzu?” –Michela Murgia parla del NOI al festival della letteratura di Mantova.

Questa settimana proseguiamo la nostra passeggiata tra le vie di Mantova, dove il 9 settembre scorso abbiamo incontrato Michela Murgia, Nata come blogger e divenuta famosa con la pubblicazione del libro“Il mondo deve sapere”, dove  denuncia le condizioni di sfruttamento praticate all’interno di un call center. Ci  fa riflettere sul significato della parola “noi” partendo dalla sua Sardegna, per portarci altrove.

(dal Festival della Letteratura di Mantova -5-9 settembre 2012 www.festivaletteratura.it).

“Noi” Michela Murgia e Sandro Bonvissuto

Dibattito dell’08 settembre 2012

“Io il noi non lo sopporto. Non capisco proprio perché mi hanno dato questo tema” è cosi che Michela Murgia ha esordito dinanzi al pubblico di palazzo San Sebastiano a Mantova.

Parte con slancio spiegando la sua diffidenza verso questa parola. “Dire noi molto spesso significa dire loro. Il noi innalza dei muri tra chi mi assomiglia e chi è diverso. Il noi è spesso un’area comoda in cui rifugiarsi per non assumersi direttamente le proprie responsabilità; un modo per sfuggirvi insomma”. Continua a leggere

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Homo videns

La Rai è il maggior punto di riferimento culturale italiano. La cultura in Rai si basa su Gigi Marzullo. Gigi Marzullo è il maggior punto di riferimento culturale italiano.

Qualcosa in questo annichilente sillogismo DEVE essere sbagliata.

Il ruolo della tv è innegabile: secondo gli ultimi dati ISTAT (L’Italia in cifre 2012) la guarda il 94% di noi, mentre meno della metà (45,3%) legge almeno un libro l’anno. Di gran lunga meno sono anche coloro che vanno al cinema (53,7%), a un concerto (30,9%), a mostre o musei (29,7%), a teatro (21,9%). Invertendole, le cifre colpiscono di più: in dodici mesi il 70,3% non va ad alcuna mostra o museo, il 54,7% non legge alcun libro, eccetera. Continua a leggere

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