Archivio dell'autore: Valentina Nesi

L’EMIGRANTE ONIRICO: “RACCONTI CON FIGURE”

Ispirato da Pessoa, maestro portoghese della lirica, suggestionato dalla pittura di Velasquez, attratto dalla fotografia, intesa non in senso meramente artistico ma sociale, Antonio Tabucchi , uno dei più insigni rappresentanti della nostrana letteratura contemporanea ha mostrato con sapienza e maestria, attraverso le sue opere, come sia inscindibile il nesso tra parola e immagine. E lo ha fatto con la naturalezza tipica di chi non ha nulla da perdere, anzi; il suo obiettivo, ambizioso ma portato avanti con zelo, era quello di “ammaestrare” le menti, e di portarle all’autorappresentazione di  lettere, lemmi e persino timbri vocalici. “Racconti con figure” edito Sellerio, ne è la tangibile dimostrazione. “Spesso la pittura ha mosso la mia penna”, sostiene l’autore nell’introduzione alla sua raccolta di racconti; ed è proprio partendo da questo presupposto che le figure, acquistano non solo vita, ma anche e soprattutto dignità. Ogni testo viene introdotto da un dipinto o da una fotografia, ed è a partire da questo che Tabucchi trae spunto, e sprigiona,vigoroso, la sua intensa carica espressiva, rendendo persino i vocaboli più semplici evocativi. Suddividendo i testi in “ della pittura” e “per la pittura” rende un tributo alle arti figurative, le quali, più di ogni altra cosa, imprigionano la realtà, catturandone attimi irripetibili. Si destreggia con abilità tra vero e immaginario, restituendo merito, più di chiunque altro ai colori e alla bellezza del suo amato Portogallo. Le tinte  non sono mai banali o scontati; la ricercatezza cromatica conferisce sensualità alla descrizione dei paesaggi. Fondamentalmente proustiano nella sua prosa, Tabucchi, rende omaggio all’autore de “Alla ricerca del tempo perduto” caratterizzando i suoi personaggi secondo i modelli e le stereotipizzazioni del francese. Libro di sogni ed epopea d’aspetti; l’autore, con empatia e un pizzico di prepotenza, si introduce nelle visioni di tutti gli artisti chiamati a raccolta nelle sue pagine, peregrinando con estrema naturalezza da un miraggio all’altro, tanto da giustificarne l’appellativo letterario, da egli stesso attribuitosi, di “emigrante onirico”.

Vale

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Orgoglio e Pregiudizio: la profanazione di valori sacri

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Il bicentenario della pubblicazione di Orgoglio e Pregiudizio di Jean Austen, fra i maggiori capolavori della letteratura mondiale, offre lo spunto per affrontare una delle tematiche più a lungo trattate dai critici e dagli amanti di questo romanzo: la natura e le implicazioni, anche sociali, della relazione amorosa tra Elizabeth Bennet e Mr. Darcy.

Chiunque abbia letto il romanzo resta sin da subito catturato dalle descrizioni dettagliate che Austen offre: di come il sentimento emerga gradualmente con lo scorrere delle pagine e di come Mr. Darcy, nonostante la sua ragguardevole condizione economico-sociale  – ben al di sopra di quella della famiglia Bennet! – riesca a profanare le convenzioni tipiche del suo ceto. Continua a leggere

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Politica e cultura: uno sguardo d’insieme alla situazione italiana

Spesso si e’ sentito discutere di come i giovani d’ oggi non siano culturalmente ferrati, di quanto l’ istruzione scolastica sia in continuo decadimento e di come si punti ad ” investire” fondi adibiti appositamente per l’ istruzione piu’ per mantenere i privilegi di quella casta  che annovera tra le sue fila rettori e docenti universitari che per progetti utili al completamento, nel miglior modo possibile, di un percorso scolastico. Continua a leggere

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La migrazione nel post-modernismo

Migranti per necessità o semplicemente migranti onirici: la letteratura mondiale è stracolma di autori e protagonisti che a un certo punto della loro vita hanno deciso di abbandonare il proprio luogo d‘origine alla ricerca di nuovi stimoli.  A partire da James Joyce il quale decise di lasciare Dublino perché ormai città in totale decadenza morale, civile e religiosa trasferendosi a Trieste, molto più stimolante culturalmente e disquisendo di questo tema in una delle sue opere più rappresentative:  Gente di Dublino.  Continua a leggere

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Dalai Lama a Scanzano Jonico: la questione del Tibet libero

Nonostante l’enfasi a tratti smisurata e critiche alle volte illegittime, sarebbe ingiusto affermare che la visita del Dalai Lama a Scanzano Jonico sia stata priva di portata.

Se ciò fosse accaduto solo pochi anni fa, probabilmente, l’evento sarebbe passato in sordina. “ L’ennesimo leader religioso in un Paese già ampiamente condizionato dalla religione”, “Dopo il Vaticano, un nuovo Stato basato sulla teocrazia” e altri commenti simili avrebbero coinvolto o stizzito persino i meno avvezzi alle polemiche. Continua a leggere

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Difformità d’essere: Uno, nessuno e centomila

Edito nel 1926, inizialmente come romanzo a puntata sulla rivista “Fiera letteraria”, Uno, Nessuno, Centomila è l’ultimo romanzo di Luigi Pirandelo, autore italiano insignito del premio Nobel per la letteratura nel 1934.
Vitangelo Mascarda personaggio banale e ordinario vive grazie alla rendita ricavata dalla banca ereditata dal padre; le giornate trascorrono tranquille, il tempo, scandito dalle classiche lancette dell’orologio, scorre implacabilmente senza rilevanti scossoni. Continua a leggere

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Storia di una diversa: Veronika decide di morire

“I miei genitori avrebbero preferito che scegliessi un lavoro più rassicurante: il medico o magari l’avvocato; ma io ero già nato con i capelli spettinati”; è con queste parole che Paulo Coellho cerca di descrivere se stesso, la sua infanzia e cosa voglia dire essere stato generato con l’etichetta di “diverso”, in una società altamente conformista e che non lascia spazio alla libera espressione dell’io individuale.
Si è diversi se non ci si adegua alla massa, se si indossa l’abito di un colore anziché di un altro, o semplicemente se si sogna di diventare scrittore e non calciatore. Nessuno più dell’autore brasiliano, una delle voci maggiormente risonanti nel panorama letterario mondiale, sa cosa voglia dire vivere sulla propria pelle questo disagio; ricordando con vivido fervore gli anni trascorsi in un istituto psichiatrico e riportando sulla carta questa esperienza in uno dei suoi maggiori capolavori: “Veronika decide di morire”.
Il romanzo è la storia di una ragazza qualunque: mediamente brillante, più o meno felice, tendenzialmente insoddisfatta; è una donna come tante, che porta sulla pelle le cicatrici di un’esistenza vissuta sotto il segno dell’inerzia. Gli eventi l’hanno trascinata sin dove è ora; non ha preso mai consapevolmente una decisione, ha semplicemente lasciato che la vita le scivolasse addosso.
Il problema per Veronika sopraggiunge quando assume la consapevolezza di questa sorta d’impotenza di vivere; simile ad un Oreste alfieriano o al celebre Jacopo Ortis foscoliano, questa vede il suicidio non come atto eroico, ma come unica soluzione all’impossibilità di vivere. Ed è così che Veronika decide di morire.
« L’undici novembre 1997, Veronika decise che era finalmente giunto il momento di uccidersi »; è con questo incipit lapidario che parte il romanzo. Nonostante l’assoluta convinzione, dettata da una maniacale propensione al controllo degli eventi, che la portava a credere di poter sceglier il momento giusto nel quale cessare la propria esistenza, la ragazza viene salvata in extremis. All’interno dell’ospedale psichiatrico però, il medico le comunica un qualcosa che, almeno in apparenza dovrebbe rassicurarla: in seguito al tentato suicidio, il suo cuore è stato gravemente compromesso; le restano pochi giorni di vita.
Lo spannung si ha proprio qui; il non avere più il controllo sul proprio corpo, il non poter decidere quando sia meglio vivere o morire. La consapevolezza accentuata dal trascorrere implacabile delle ore, che la sua fine è vicina e non è stata lei a stabilirla, il contatto con gli altri pazienti della casa di cura, i quali, non hanno paura di dire ciò che pensano, perché in fin dei conti, hanno il vantaggio di essere considerati pazzi, la portano a comprendere quanto la vita sia importante per lei, sino a giungere all’imprevedibile epilogo, vero tocco di genio del romanzo. Veronika così come gli altri pazienti della clinica “Villete” è una diversa, ma non nel senso più bieco e irrispettoso del termine quanto con il significato di unica, peculiare. In quel grande mosaico che è la vita, pochi sono i tasselli che hanno il privilegio di distinguersi dagli altri; vuoi per forma, colore o intensità, questi avranno sempre qualcosa in più rispetto gli altri e Veronika proprio come una di queste tessere ha il raro privilegio di potersi definire diversa.

Valentina Nesi

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El ingenioso hidalgo Don Qiujote De Le Mancha

Capolavoro indiscusso della letteratura spagnola, la prima parte del “ Don Quijote dela Mancha” venne pubblicato nel 1605; la seconda parte, nel 1615. Satira di quei racconti epici, molto in voga all’epoca di Cervantes, come è possibile constatare sin dalle prime righe, il romanzo è pervaso da grande ironia. Il protagonista, Don Quijote per l’appunto, si nutre di letteratura cavalleresca, trasformando la sua passione in vera e propria ossessione. Egli però, a differenza dei suoi eroi letterari pretende di realizzare imprese nella Mancha, esigendo di agire come se il frutto della sua immaginazione fosse realtà. E’ dato ormai acquisito che questo “anti-eroe” letterario abbia perso il senno; ribattezzato il suo cavallo Ronzinante e proclamatosi cavaliere errante, partì con le sue armi in cerca di nuove avventure. Dato che “il cavaliere senza amore era come albero senza foglie”, il Quijote si prende la briga di trasformare l’umile contadina Aldonza Lorenzo, nella dama ispiratrice delle eroiche gesta: Dulcinea del Toboso. Stabiliti i canoni di quello che orami è divenuto il suo mondo, entra in una locanda, da lui tramutata in castello e lascia che l’oste lo armi cavaliere; magistrale è la descrizione della finta investitura. L’intento satirico di Cervantes si fa man mano sempre più evidente; la satira acquista maggiore consapevolezza. Degna di nota è la figura di Sancio Panza, un contadino del luogo, il quale dietro la promessa del governo di un’isola, acconsentirà a fargli da scudiero, cercando di riportare il cavaliere errante alla realtà. Ostinato a tramutare quella scarna avventura in un’impresa degna di un paladino, comincerà a leggere la realtà in maniera distorta. I Mulini a vento, i burattini, le pecore, saranno i suoi nemici e i suoi demoni; purtroppo da queste “imprese” ne uscirà sempre sconfitto, suscitando le ilarità dei lettori, i quali ne risulteranno letteralmente rapiti. Ridicolizzare i libri cavallereschi e satireggiare il mondo medievale è il fine che lo stesso Cervantes attribuisce alla sua opera; l’autore portandoci a riflettere con criticità sull’inconsistenza della tematica epica, pervasa sempre più da gesta e imprese oniriche, ci riporta, a suo modo, alla realtà. La genialità sta proprio in questo.
Valentina Nesi

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Il segno rosso del coraggio: un episodio della guerra civile americana

Minuto e magrissimo con il volto emaciato e gli abiti accostati casualmente, Stephen Crane si presentò nel 1985, negli uffici del Nebraska State Jurnal, in attesa del ridotto compenso che gli sarebbe stato elargito per la pubblicazione, in forma abbreviata, di quello che sarà un caposaldo del naturalismo americano: Il segno rosso del coraggio. Insicuro di sé e delle sue opere, il giovane scrittore, in partenza per il Messico lascia ravvisare quelle peculiarità che saranno tipiche dei moderni letterati; deluso per lo scarso successo di Maggie: ragazza di strada romanzo con il quale si era accaparrato la stima di un ristretto numero di artisti tra i quali William Dean Howells, alla spasmodica ricerca di quel successo così agognato e di un guadagno che si confacesse alle esigenze di chi come Crane, si trova a vivere nel periodo della grande industrializzazione, accettò svariati compromessi, tra i quali quello di pubblicare una parte di questo romanzo su alcuni quotidiani. Su quest’opera lo scrittore aveva investito molto; il titolo per esteso <<Il segno rosso del coraggio>< è ispirato agli avvenimenti della battaglia di Chancellorsville. Da giornalista si era trovato a intervistarne più volte i reduci ; stizzito dalla retorica delle loro dichiarazioni, Crane decide di scrivere questo romanzo per dissacrare quelle che vengono definite “azioni eroiche”. E’evidente che la guerra civile è solo un espediente narrativo; l’attenzione è rivolta esclusivamente ai sentimenti e i pensieri di coloro che sono sul campo di battaglia primo tra tutti Henry Fleming, un moderno Everyman. Questo aveva sognato da sempre di prendere parte a un conflitto, di mettersi in risalto per il proprio impeto e coraggio. Abbandonato il proprio villaggio decide di arruolarsi per “mettere alla prova della realtà questo mondo di fantasia” il quale si rivelerà diametralmente opposto. La paura della morte e di una concretezza che non era stato capace di immaginare, truce e violenta , lo portano a fuggire proprio nel momento in cui avrebbe dovuto mettere alla prova il suo coraggio; scappando con “discrezione e dignità”. Nel chiedere aiuto a un commilitone, anche lui in preda al panico, viene scambiato per un nemico e ferito alla testa. Questa sarà “il segno rosso del coraggio” da lui più volte cercato. Lasciandosi sedurre da quella bugia che egli stesso si era raccontato( l’essere stato ferito da un nemico che aveva fronteggiato), Henry Fleming diventa agli occhi di tutti un eroe. L’attualità di questo romanzo è sconvolgente; in un’ottica contemporanea nella quale invadere popoli e nazioni per i fini più disparati è parte integrante della nostra cultura, la ricerca di un eroe, al quale attribuire gesta prodi e valorose diviene fondamentale per nobilitarne le azioni militari. Hanry è lo specchio di tutti quei soldati che si accingono a combattere battaglie non proprie, fregiandosi della convinzione che il dare il proprio contributo equivalga a prendere parte a una giusta causa. Ma quando si diventa assassini per arricchire le casse statali o semplicemente per sentirsi eroi di se stessi i termini del discorso restano realmente questi?

Valentina Nesi

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Il “caso” del Lazzarillo de Tormes

Il Lazzarillo de Tormes, opera anonima diffusa in Spagna tra il 1525 e il 1539 da il via al filone del romanzo picaresco. Il picaro, nella letteratura iberica, è il classico vagabondo che adotta molteplici espedienti per arrivare a fine giornata. Passando con estrema facilità da un padrone all’altro, affrontando avventure le quali molto spesso rasentano il grottesco (celebre è l’aneddoto del furto del vino al ceco, nel Lazzarillo de Tormes), questi sono costretti a piegarsi dinnanzi quello che è il loro ineluttabile destino. Intrinseca nella filosofia di tali romanzi è l’impossibilità di accedere ai gradini più alti della scala sociale, e seppur Lazzaro, grazie al matrimonio con la concubina di un prete, riesce a trovare quella stabilità tanto ambita, arrivando a diventare banditore del succitato prelato, non bisogna dimenticare che nella mentalità spagnola del tempo, quello forse era il lavoro più disdicevole che potesse esistere.  Scritto in prima persona, l’espediente per il quale un personaggio di così bassa lega è autorizzato a redigere per iscritto le proprie fortunas y aversidades, ci viene dato da un non specificato “caso”. Lazzaro scrive a Vo Signoria, un personaggio del quale non si conosce la reale identità, per difendersi; da cosa non è dato saperlo; questo “caso” che viene più volte citato, induce il protagonista a fissare sulla carta, non lesinando dettagli, quella che è stata la sua vita. Padre ladruncolo e madre concubina di un moro, quando anche quest’ultimo viene arrestato Lazzaro viene affidato a un ceco; le botte prese da questo e la fame patita lo portano ad arruolarsi al servizio di un prete, del quale lui dirà “ sono caduto dalla padella alla brace”, di uno scudiero, il quale a causa dell’orgoglio non ammette di trovarsi in precarie condizioni economiche e  di tanti altri, sino all’“ascesa” che per lui è rappresentata, appunto, dall’impiego come banditore.  Nel Lazarillo de Tormens non vi sono riflessioni di ordine morale e vaghi sono i riferimenti storici.  Le sue vicende riflettono la situazione di incertezza della Spagna di Carlos V, in quel periodo precaria per la politica ma fertile per quanto riguarda l’arte (prenderà il nome di Età dell’oro). Inserito nell’indice dei libri proibiti dall’inquisizione, il romanzo è senza dubbio opera di un autore colto che attinge dalle tradizioni popolari sfruttandone al meglio le peculiarità.

Valentina Nesi

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