Archivio dell'autore: max~vibrato

La sacralità del Metallo

Rispondete senza pensarci troppo: che genere di melodia potrebbe accompagnare questo testo? “In Him we must believe, He is the only way”, oppure “His Son we must receive, tomorrow’s too late, accept Him today”. O ancora (e adesso vi aiuto non poco), “In God we trust, in Him we must believe!”.

State (quasi) tutti pensando a un giro di Do+, vero?

Strimpellato malamente, per mezzo di una chitarra scordata, da un gruppetto di allegri ciellini che ne masticano d’inglese?

Lo avrei pensato anch’io, ma la risposta è sbagliata, le “apparenze” ingannano e il testo non fa..il monaco. Continua a leggere

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Joeventuri: progetti e visioni

In occasione della riapertura invernale del Kindergarten (http://www.derkindergarten.it/) incontriamo Joventuri (http://www.joeventuri.com/), giovane e promettente designer bolognese che, ispirandosi al celebre Arancia Meccanica, ha inscenato il Korova Milk Bar, luogo dove i drughi amavano sorseggiare il loro lattepiù.

In sottofondo, la splendida colonna sonora del film e sui monitor, alle pareti, le scene in loop.

Buona visione.

 

Massimo Biondi
 
 

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Patti Smith: Because..a night

Alle 18,00 del 15 luglio, i 3250 biglietti disponibili (perché tale è la capienza consentita del giardino della memoria) sono già tutti esauriti.

Chi è riuscito ad entrare, ha grandi aspettative: vedere e ascoltare un’autentica leggenda vivente, la grande Sacerdotessa del Rock. Dopo anni di silenzio, Patti Smith ha scelto un contesto a dir poco suggestivo, come il parco della commemorazione delle vittime di Ustica.

Sono le 19.30; qualcuno “cena” in maniera anticonformista, accovacciandosi sul prato e facendo cerchio con gli amici.

Donne mature senz’ombra di trucco, con vesti fiorate e dredd, contribuiscono a far intravedere nostalgici barlumi di seventies, ormai inafferrabili, nonostante alcune ondate di inconfondibile aroma al cannabis. In contrapposizione, alcune coppie mature, con l’immancabile marsupio attorno alla vita di lui e lei che sfiora nervosamente lo schermo del suo smartphone. Continua a leggere

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Libertà d’Essere

Tutti sappiamo quali sono i retaggi grazie ai quali, quando viene al mondo una bambina, si pensa subito a metterle in mano una bambola dai seni innaturalmente marmorei, un set di padelle in plastica rigorosamente cinese e tutto il necessaire per la perfetta casalinga in erba. La Libertà di scegliere – ed essere – qualcosa di differente, le viene così sostanzialmente preclusa già dai primi anni di vita e, nove volte su dieci, i risultati concordano, purtroppo in maniera agghiacciante, con i presupposti. Continua a leggere

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Roy Paci: fiato alle..Diversità!

Vi rendiamo partecipi del tempo trascorso col talentuoso cantautore e trombettista (che mezzo mondo c’invidia) Roy Paci. Roy si conferma la persona che conoscevamo già grazie alle sue creazioni musicali: solare e positiva ma anche diretta e senza fronzoli (come piace a noi) nonché profonda, quando serve.

Disquisiamo ancora, come per tutto il mese di Giugno, sulla Diversità.

Buona visione.

Massimo Biondi

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La Diversità in musica: The Ex

Questa volta ho scelto di realizzare una video intervista, in linea col tema di questo mese: la Diversità.

The Ex è uno storico gruppo olandese, anticonformista e socialmente impegnato, da sempre vicino a ideologie anarchiche, che ha fatto della Diversità una primaria fonte di arricchimento artistico.

Credo sia interessante l’approccio alle mie domande di Arnold De Boer, voce e chitarra dei The Ex. Arnold è dapprima titubante; poi, complici gli effetti dell’alcool, diventa certo e sicuro di sé!

Buona Visione.

Massimo Biondi

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Peace, Love and…Freedom!

Oggi, 24 maggio, non mi sono potuto esimere dall’obbligo morale!
In questa stessa data, ma settantuno anni fa, nasceva a Duluth, una piccola cittadina del Minnesota, colui il quale, ancora oggi, è ritenuto una delle personalità musicalmente più influenti degli ultimi decenni, fonte ispiratrice di intere generazioni di musicisti e parolieri e che, con la sua filosofia pacifista è stato la linea guida di movimenti a favore dei diritti civili negli Stati Uniti degli anni Sessanta.
Signore e signori, Robert Allen Zimmerman, al secolo Bob Dylan.

Non sarò certo io a elencare le motivazioni che hanno spinto numerosi esperti musicologi e critici, a porre questo eclettico artista nell’élite assoluta dei musicisti (e non solo) di tutti i tempi, o perché l’insignito Commendatore delle Arti & delle Lettere possegga una lista di riconoscimenti e premi a dir poco smisurata.
Anche se armato delle migliori intenzioni nel ripercorrere la sua vita e la sua razionalità creativa, sono certo violerei l’inviolabile diktat dei tremilaseicento caratteri, giustamente imposto all’interno di questo blog e, nonostante ciò, offrirei una descrizione certamente lacunosa.
Preferisco quindi discutere Dylan con voi attenti lettori, focalizzandoci sulla sua accezione di artista socialmente impegnato e di rottura (come forse pochi altri osarono essere in quegli anni) e, come manifestazione di questo, v’invito a rispolverare (o scoprire per la prima volta) ciò che, a mio giudizio, è una delle sue creazioni maggiormente significative in questo senso: Like a Rolling Stone.
Brano dalla melodia tanto semplice quanto trascinante, che regala una musicalità ottimistica e spensierata, in contrapposizione al testo che, invece, affronta un tema tutt’altro che leggero, quale è la vita del vagabondo. Rolling stone, infatti, è l’immagine emblematica per eccellenza che, già i grandi maestri del Blues come Leon Payne o Muddy Waters, utilizzavano come metafora per indicare i senza tetto. Anche il famoso e omonimo gruppo costituito da Jagger, Richards & co. trae ispirazione proprio da quest’allegoria.
Nello specifico, il testo, tratto da uno scritto di circa venti pagine che Dylan produsse d’impulso durante un lungo “ritiro” nella sua casa vicino Woodstock, racconta della ricca Miss Lonely e della sua inaspettata caduta in disgrazia. La condizione che, fatalmente, muta da agiata a, per l’appunto, senza tetto, costringe la “signorina solitudine” a scontrarsi con tutti i suoi preconcetti che, del resto, coincidono alla perfezione con quelli della classe borghese del tempo. “..How does it feel to be on your own, with no direction home, like a complete unknown, like a rolling stone..?”
Il brano è evidentemente un rimprovero sarcastico e quasi ammonitore, verso i conservatori “benpensanti” dell’epoca, che misurano il valore delle persone dal conto in banca che posseggono o dagli status symbol che esibiscono. Concetto, tra l’altro, di una disarmante quanto meschina attualità.
Dylan si chiede se siamo pronti a rinunciare a scomodi compromessi, avendo il coraggio di seguire le nostre aspirazioni fino in fondo, rischiando tutto e provando così a essere, finalmente, all’altezza dei nostri stessi desideri.
“..Quando non hai niente, non hai nulla da perdere. Adesso sei invisibile e non hai più segreti da nascondere..”.

Che sia proprio questa la strada maestra verso la Libertà?

Massimo Biondi

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The non Musician

Quando mi chiedono quale sia il brano (o ancora peggio, la canzone) che preferisco in assoluto, storco il naso, rivelando una certa saccenza, mista ad imbarazzo. Un pò come scegliere una frase all’interno di un periodo, che si trova all’interno di un paragrafo, dentro un capitolo di un libro, magari facente parte di una collana! Impossibile.
Credo, invece, che la questione sia più articolata e legata al genere di musica che preferiamo. In realtà, a volte, anche le risposte vincono la gara delle banalità contro le domande: “..Io ascolto TUTTA la musica, perché mi piace TUTTA”. Solitamente, questa risposta è accompagnata da una smorfia simile a un sorriso e da uno sguardo che cerca ciò che mai troverà.
Il lungo preambolo, per introdurre l’episodio che mi vide porre una domanda da “persona semplice”, come dicono i bolognesi d.o.c. e, infatti, chiesi: “Ma questo, che genere di musica fa?”
Beh, Questo, era Brian Eno.

Oltre ad essere un polistrumentista, compositore, cantante, produttore discografico, pittore, scultore e videomaker, Eno è conosciuto, tra l’altro, per aver inventato un genere musicale, l’ambient e per aver dato il via a concetti come la musica new age.

Parallelamente agli studi d’arte, Brian Peter George St. John le Baptiste de la Salle Eno porta avanti, in forma privata, i suoi personalissimi studi di musica sperimentale, che lo conducono ad approfondire gli aspetti legati alla musica concreta ed aleatoria.
“Lo stratega obliquo” soprannome attribuitogli per il modo di porsi nei confronti dell’arte per eccellenza, arriva ad inventare, per pura esigenza di ricerca, un apparecchio sonoro ad acqua piovana, grazie al quale registrerà vari motivi per percussioni.
E’ l’embrione di tutto.
Sono gli anni in cui Eno pubblica Music for non Musician, quasi un manifesto, col quale esalta il personaggio del non musicista, ossia la valorizzazione della genialità creativa rispetto alla competenza tecnica, indispensabile, tuttavia, per una perfetta esecuzione.

Non è un genere semplice da cogliere quello di Eno, non è di immediata fruibilità, almeno non per chi non intende regalarsi del Tempo.

E’ una musica tematica, che tende a riempire degli spazi vuoti, fondendosi in completa armonia con altri suoni, voci, rumori e pensieri, come in Music for Films: 18 mini-tracks oniriche, minimaliste e sofisticate, che donano un idillio che, a tratti, lascia sgomenti.

Ma è con Music For Airport, nel 1979, che il filosofo della musica, manipolatore per eccellenza, trova ciò che cerca: la musica diviene adesso, arredamento di gigantesche sale, non solo aeroportuali; sono coinvolti anche gli enormi ambienti, adibiti a mostre o gallerie d’arte che, delicatamente, si vestono d’armonia.
L’antico e tradizionale concetto di ascolto sparisce.

Chiudiamo gli occhi e prendiamoci il nostro Tempo.

Massimo Biondi

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