L’EMIGRANTE ONIRICO: “RACCONTI CON FIGURE”

Ispirato da Pessoa, maestro portoghese della lirica, suggestionato dalla pittura di Velasquez, attratto dalla fotografia, intesa non in senso meramente artistico ma sociale, Antonio Tabucchi , uno dei più insigni rappresentanti della nostrana letteratura contemporanea ha mostrato con sapienza e maestria, attraverso le sue opere, come sia inscindibile il nesso tra parola e immagine. E lo ha fatto con la naturalezza tipica di chi non ha nulla da perdere, anzi; il suo obiettivo, ambizioso ma portato avanti con zelo, era quello di “ammaestrare” le menti, e di portarle all’autorappresentazione di  lettere, lemmi e persino timbri vocalici. “Racconti con figure” edito Sellerio, ne è la tangibile dimostrazione. “Spesso la pittura ha mosso la mia penna”, sostiene l’autore nell’introduzione alla sua raccolta di racconti; ed è proprio partendo da questo presupposto che le figure, acquistano non solo vita, ma anche e soprattutto dignità. Ogni testo viene introdotto da un dipinto o da una fotografia, ed è a partire da questo che Tabucchi trae spunto, e sprigiona,vigoroso, la sua intensa carica espressiva, rendendo persino i vocaboli più semplici evocativi. Suddividendo i testi in “ della pittura” e “per la pittura” rende un tributo alle arti figurative, le quali, più di ogni altra cosa, imprigionano la realtà, catturandone attimi irripetibili. Si destreggia con abilità tra vero e immaginario, restituendo merito, più di chiunque altro ai colori e alla bellezza del suo amato Portogallo. Le tinte  non sono mai banali o scontati; la ricercatezza cromatica conferisce sensualità alla descrizione dei paesaggi. Fondamentalmente proustiano nella sua prosa, Tabucchi, rende omaggio all’autore de “Alla ricerca del tempo perduto” caratterizzando i suoi personaggi secondo i modelli e le stereotipizzazioni del francese. Libro di sogni ed epopea d’aspetti; l’autore, con empatia e un pizzico di prepotenza, si introduce nelle visioni di tutti gli artisti chiamati a raccolta nelle sue pagine, peregrinando con estrema naturalezza da un miraggio all’altro, tanto da giustificarne l’appellativo letterario, da egli stesso attribuitosi, di “emigrante onirico”.

Vale

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