La sintassi creativa: il linguaggio umano e la comunicazione delle specie animali

il_570xN.177896559Il linguaggio verbale umano è espressione creativa. Lo sostengono i teorici della grammatica generativa, il settore della linguistica inaugurato intorno alla metà del secolo scorso dal filosofo statunitense Noam Chomsky.

Nel periodo precedente alla nascita della disciplina la conoscenza del linguaggio presentava tratti ambigui e misteriosi. Si ipotizzava che esso avesse raggiunto l’attuale livello tra i 150.000 e i 70.000 anni fa, benché le ragioni del suo sviluppo non fossero chiare. Alcuni ne ipotizzavano il valore adattivo: la capacità linguistica si è evoluta per permettere agli esseri umani di comunicare; ma secondo altri, come Stephen Gould e lo stesso Chomsky, il linguaggio non è altro che “l’effetto collaterale” del processo di selezione di altre abilità. Di supporto empirico a queste ipotesi neanche l’ombra. Ecco perché, già nel 1866 la Société Linguistique de Paris decise di non accettare più le continue comunicazioni sull’origine del linguaggio.

Eppure, la seconda metà del secolo scorso era permeata da un irrefrenabile ottimismo. Intorno al 1957 al MIT di Cambridge si stavano sviluppando teorie interessanti sulla comunicazione e si guardava con fiducia alla possibilità di creare vere e proprie macchine per la traduzione automatica.

Yehoshua_Bar-HillelIl filosofo israeliano Yehoshua Bar-Hillel commenterà emblematicamente, quindici anni più tardi: <<C’era al laboratorio la convinzione generale e irresistibile che con le nuove conoscenze di cibernetica e con le recenti tecniche della teoria dell’informazione si era arrivati all’ultimo cunicolo verso una comprensione completa della complessità della comunicazione nell’animale e nella macchina>>.

Per Chomsky, che nel 1957 era in procinto di pubblicare la tesi di dottorato, questa visione non era accettabile. Il linguaggio non è riducibile a una sequenza di simboli regolati da leggi statistiche e <<Il fatto che i bambini acquisiscano grammatiche praticamente comparabili e di grande complessità suggerisce che gli esseri umani siano in qualche modo progettati in modo speciale per questa attività>>. Secondo il filosofo, quindi, il linguaggio è una proprietà tipicamente umana e biologicamente determinata. Non un meccanismo di rinforzo, sviluppato dal bambino e dettato dalla pura esposizione alla lingua materna, come sostenevano, invece, gli psicologi comportamentisti. Che senso avrebbero altrimenti, suggeriva Chomsky, gli ipercorrettismi (errori morfologici, attraverso cui è prodotta la forma regolare di un termine irregolare, come aprito anziché aperto) dei quali il bambino si serve per comunicare nei primissimi anni di vita?

Bertrand-Russel_LSecondo il filosofo gallese Bertrand Russell: << La lingua è un mezzo per esternare e rendere pubbliche le nostre esperienze. Un cane non può riferire la propria autobiografia. Indipendentemente da quanto eloquentemente sappia abbaiare, non può dirvi che i suoi genitori erano poveri ma onesti>>.

E fu così che, negli anni Settanta del secolo scorso, si iniziò a sperimentare l’apprendimento del linguaggio umano sui primati. In alcuni gruppi di ricerca vennero insegnate agli scimpanzé forme di linguaggio artificiali, basate su oggetti colorati o sul linguaggio dei segni ASL (American Sign Language).

Come dimenticare la celebre storia di Koko, una femmina di gorilla, capace di apprendere oltre quattrocento differenti “parole” ASL!penny-and-koko

E tuttavia, queste sperimentazioni furono approfondite sistematicamente solo a partire dal 1979, quando il gruppo di ricerca coordinato dalla neuroscenziata statunitense Laura Petitto adottò il cucciolo di scimpanzé Nim, che fu allevato in una famiglia di esseri umani che comunicavano tra loro solo attraverso il linguaggio ASL.

I risultati furono stupefacenti.

petittoL’esperimento confermò che Nim fosse in grado di apprendere un vocabolario minimo di ASL, benché più della metà degli enunciati espressi dallo scimpanzé fossero composti da due soli segni, il cui ordine non era predicibile. Secondo il neurolinguista italiano Andrea Moro, che descrive l’esperimento nel suo “I confini di Babele”, Nim poteva elaborare indifferentemente: “mangiare banana” o “banana mangiare”, attribuendo ai due enunciati significato e funzione strutturale identici. Nei casi in cui comparivano più di due segni, l’enunciato conteneva la ripetizione di uno degli elementi prodotti (ad esempio, “banana mangiare banana”), se non la ripetizione dell’intero enunciato (come “mangiare banana mangiare banana”).

moroIn sostanza, nello stabilire analogie e differenze tra linguaggio umano e forme di comunicazione delle specie animali fu l’ordine degli elementi, la sintassi l’elemento discriminante decisivo.

Sebbene, infatti, l’ASL possa favorire l’apprendimento di singole parole, non si può comparare il linguaggio imitativo di un primate con quello di un bambino che apprende la lingua madre e tramite la quale costruisce enunciati sintatticamente creativi. La ragione? Il cervello umano è sensibile alla sintassi e la produzione di linguaggio stimola aree neuronali specifiche.

L’homo grammaticalis, secondo la definizione di Moro, <<Può essere considerato la prova di un anello mancante nella scala evolutiva, ma anche un punto isolato>>. Il linguaggio verbale umano continua ad essere permeato da un alone di mistero e le questioni irrisolte sono tante, come i quesiti che i neuroscenziati continuano a porsi sulla base delle risposte che, invece, sono state date.

E’ evidente, in ogni caso, che il linguaggio verbale è l’emblema dell’essere umano, il tratto che meglio lo contraddistingue anche quando, come nel caso dei poemi omerici e del pensiero socratico, non ne è possibile l’immediata trascrizione. E nel delinearne aspetti e virtù non è necessario scomodare dogmi metafisici perché, Chomsky ebbe modo di affermarlo: <<Il linguaggio è più simile a un fiocco di neve che al collo di una giraffa. Le sue proprietà specifiche nascono dalle leggi della natura, non sono qualcosa che si sviluppa come accumulo di fatti storici casuali>>.

Lyl

Letture consigliate:

Andrea Moro, “I confini di Babele” (Longanesi, 2006)

i_confini_di babeleUn viaggio entusiasmante nei meandri del cervello umano e fra i processi neurocognitivi alla base dell’apprendimento e della produzione del linguaggio. Attualmente, la versione italiana del libro è fuori catalogo, ma vale certamente la pena fare una capatina in biblioteca. Attraverso un linguaggio incalzante, pensato espressamente per i profani della disciplina, Moro spiega la sintassi umana tramite le tecniche di neuroimmagine. Alla ricerca delle “lingue impossibili” e dei limiti di Babele.

Patrizia Tabossi, “Il linguaggio” (Il Mulino, 2002)

tabossiAvvincente introduzione alla psicolinguistica, con un occhio di riguardo per le dinamiche di produzione e apprendimento della lingua e per gli aspetti relazionali che permettono la comunicazione fra parlanti.

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