Archivi del mese: maggio 2012

Bologna La Dotta: una riuscita autocelebrazione

Finalmente a Bologna uno spazio culturale, multimediale ed interattivo dedicato interamente alla sua storia. Ha infatti inaugurato il 27 gennaio scorso il Museo della Storia di Bologna, nelle sale del suggestivo Palazzo Pepoli, in via Castiglione, 8, proprio nel cuore della città.

Un percorso strutturato in maniera moderna (quasi una rarità, nel nostro paese), che mischia – come nella migliore tradizione cittadina – il sacro con il profano, confermando la vocazione felsinea per il vivere a tutto tondo.

Si scopre la Bologna archeologica, con le sue forti radici etrusche; architettonica, con le numerose torri ed il percorso di portico più lungo del mondo; urbanistica, nella riproduzione della pianta medievale dalla Sala Bologna in Vaticano e negli sviluppi progressivi della forma urbana; politica, dalla battaglia di Fossalta (che imprigiona re Enzo in città), all’incoronazione dell’imperatore Carlo V in San Petronio, all’arrivo di Napoleone fino al più recente periodo bellico. Ancora, di una città che spicca per essere storicamente “rossa”, emerge l’anima religiosa, con la liturgia della discesa della Vergine dal Santuario di San Luca e le due sessioni locali del Concilio Tridentino.

Ma è la cultura a fare la parte del leone: sede dell’Università più antica dell’Occidente, Bologna è stata nei secoli meta e riferimento per il mondo scientifico ed artistico. Il percorso museale invita a riscoprirne nascita e sviluppi focalizzando sia sulle scoperte locali che sul suo ruolo nella trasformazione del pensiero e delle idee: dalla misurazione del tempo – la meridiana nella basilica cittadina e la prima intuizione dei fusi orari – all’istituzione dell’Ateneo e alla sua progressiva spinta allo studio pionieristico delle scienze naturali, attraverso la scelta rivoluzionaria di renderlo indipendente da forme di governo politico o religioso. Trovano ampio respiro nell’esposizione medicina, farmacia, astronomia, lettere ed ovviamente pittura, scultura e musica – con il soggiorno del giovane Mozart all’Accademia Filarmonica per l’esame da Maestro Compositore e con la sala delle Dodici Donne, figure femminili bolognesi che si sono distinte in campo culturale dal 13° al 17° secolo.

Di grande impatto è inoltre la Sala delle Acque, in cui ci si immerge completamente nel blu e si scopre la complessa rete di canali sotterranei, che fanno di Bologna una insospettabile “città d’acqua”.

Si prosegue con eventi e momenti del passato artistico, scientifico e tecnologico più recente: l’impatto dello stile liberty e la sua locale interpretazione con la nascita di Aemilia Ars; il successivo influsso del futurismo in tema di arte e scienza; il focus sulla tecnologia wireless, con approfondimenti sulla figura di Guglielmo Marconi, ed infine la vocazione locale per l’industria del motore.

Da non perdere la raccolta di opinioni dei bolognesi eccellenti nel campo dell’arte, del cinema, della letteratura, del teatro, della politica e dell’insegnamento, e la sezione di linguistica, che legittima – attraverso le parole di Dante Alighieri – l’antica aspirazione del dialetto locale a “volgare illustre”. Secondo il sommo poeta, infatti, grazie anche gli influssi delle parlate confinanti (“la lentezza e la mollezza” dagli imolesi, “una certa qual asprezza” dai modenesi e dai ferraresi), il bolognese si caratterizza per “lodevole soavità”.

Che ne siate cittadini o turisti, è curioso e suggestivo il viaggio “dentro” Bologna, una città per certi versi davvero imprevedibile e connotata da affascinanti contraddizioni.

Simona

1 Commento

Archiviato in Recente passato

Finché morte non vi separi

”Pensavamo che il divorzio fosse una ferita nella vita di una famiglia e nel tessuto della società, e che dunque lo Stato dovesse tentare il possibile per evitare che quella ferita e quel tessuto si lacerino con troppa disinvoltura, essendo la loro saldezza un evidentissimo bene per tutti”.

Also sprach la Cei che, in un editoriale comparso il 22 maggio scorso sull’Avvenire, prende posizione sulla questione del divorzio breve. Continua a leggere

2 commenti

Archiviato in Recente passato

Peace, Love and…Freedom!

Oggi, 24 maggio, non mi sono potuto esimere dall’obbligo morale!
In questa stessa data, ma settantuno anni fa, nasceva a Duluth, una piccola cittadina del Minnesota, colui il quale, ancora oggi, è ritenuto una delle personalità musicalmente più influenti degli ultimi decenni, fonte ispiratrice di intere generazioni di musicisti e parolieri e che, con la sua filosofia pacifista è stato la linea guida di movimenti a favore dei diritti civili negli Stati Uniti degli anni Sessanta.
Signore e signori, Robert Allen Zimmerman, al secolo Bob Dylan.

Non sarò certo io a elencare le motivazioni che hanno spinto numerosi esperti musicologi e critici, a porre questo eclettico artista nell’élite assoluta dei musicisti (e non solo) di tutti i tempi, o perché l’insignito Commendatore delle Arti & delle Lettere possegga una lista di riconoscimenti e premi a dir poco smisurata.
Anche se armato delle migliori intenzioni nel ripercorrere la sua vita e la sua razionalità creativa, sono certo violerei l’inviolabile diktat dei tremilaseicento caratteri, giustamente imposto all’interno di questo blog e, nonostante ciò, offrirei una descrizione certamente lacunosa.
Preferisco quindi discutere Dylan con voi attenti lettori, focalizzandoci sulla sua accezione di artista socialmente impegnato e di rottura (come forse pochi altri osarono essere in quegli anni) e, come manifestazione di questo, v’invito a rispolverare (o scoprire per la prima volta) ciò che, a mio giudizio, è una delle sue creazioni maggiormente significative in questo senso: Like a Rolling Stone.
Brano dalla melodia tanto semplice quanto trascinante, che regala una musicalità ottimistica e spensierata, in contrapposizione al testo che, invece, affronta un tema tutt’altro che leggero, quale è la vita del vagabondo. Rolling stone, infatti, è l’immagine emblematica per eccellenza che, già i grandi maestri del Blues come Leon Payne o Muddy Waters, utilizzavano come metafora per indicare i senza tetto. Anche il famoso e omonimo gruppo costituito da Jagger, Richards & co. trae ispirazione proprio da quest’allegoria.
Nello specifico, il testo, tratto da uno scritto di circa venti pagine che Dylan produsse d’impulso durante un lungo “ritiro” nella sua casa vicino Woodstock, racconta della ricca Miss Lonely e della sua inaspettata caduta in disgrazia. La condizione che, fatalmente, muta da agiata a, per l’appunto, senza tetto, costringe la “signorina solitudine” a scontrarsi con tutti i suoi preconcetti che, del resto, coincidono alla perfezione con quelli della classe borghese del tempo. “..How does it feel to be on your own, with no direction home, like a complete unknown, like a rolling stone..?”
Il brano è evidentemente un rimprovero sarcastico e quasi ammonitore, verso i conservatori “benpensanti” dell’epoca, che misurano il valore delle persone dal conto in banca che posseggono o dagli status symbol che esibiscono. Concetto, tra l’altro, di una disarmante quanto meschina attualità.
Dylan si chiede se siamo pronti a rinunciare a scomodi compromessi, avendo il coraggio di seguire le nostre aspirazioni fino in fondo, rischiando tutto e provando così a essere, finalmente, all’altezza dei nostri stessi desideri.
“..Quando non hai niente, non hai nulla da perdere. Adesso sei invisibile e non hai più segreti da nascondere..”.

Che sia proprio questa la strada maestra verso la Libertà?

Massimo Biondi

Lascia un commento

Archiviato in Recente passato

Craco e la macchina del tempo.

Questo nome non vi dirà nulla, a meno che non siate lucani come me o appassionati di luoghi, come dire, insoliti. Paolo Rumiz lo ha citato nella sua inchiesta a puntate, pubblicata la scorsa estate su Repubblica e intitolata ‘Le case degli spiriti’, perché Craco, in provincia di Matera, ha la particolarità di essere un raro esemplare di paese fantasma. Nel 1963 i suoi abitanti decidono di abbandonarlo, in seguito a una violenta frana che, ironia della sorte o, semplicemente seguendo la migliore tradizione italiana, polverizza le costruzioni più moderne e grazia il piccolo borgo medievale. Percorrendo la strada che porta a Craco, si ha la sensazione di viaggiare su una macchina del tempo: il paesaggio è irreale, dai contorni non completamente definiti e dai colori spettrali. Man mano che si sale anche l’aria ha un profumo diverso, pungente, quasi di eternità. Nel giro di diversi chilometri non si scorge anima viva, nessun rumore. La sagoma del borgo nasce lentamente dal nulla, dall’infinito e non si riesce a emettere alcun suono, si è totalmente impegnati a contemplare il silenzio.

Scendendo dall’auto si ha la testa pesante, come chi ha dormito per ore e si è svegliato con estrema fatica, si cammina con cautela tra i ruderi, si ammira la torre che svetta altezzosa e si assapora con lo sguardo lo spettacolo surreale che Craco mette in scena. Perché Craco è stato anche attore protagonista in numerosi film, come ‘Cristo di è fermato a Eboli’ di Francesco Rosi, ‘Il sole anche di notte’ dei fratelli Taviani, ‘La lupa’ di Alberto Lattuada.

Se si alzano gli occhi in direzione delle numerose finestre prive di vetri, si può sbirciare al loro interno: risate, rumore di posate, grida, lacrime e carezze riecheggiano.

Magda

Lascia un commento

Archiviato in Recente passato

Ritratto di ambigua signora

Pur non essendo gente molto ricca, in Stiria abitiamo in un castello, detto anche Schloss. Una piccola rendita, in quella parte del mondo, permette di fare molte cose. Noi ne abbiamo una di otto, novemila sterline all’anno. In patria (l’Inghilterra, visto che mio padre è inglese e anch’io porto un cognome inglese, anche se non ho mai visto la Gran Bretagna), con quella rendita non saremmo mai stati considerati ricchi, ma qui, in questo luogo desolato e primitivo dove tutto è così meravigliosamente a buon mercato, non vedo proprio a cosa ci servirebbe dell’altro denaro, viste le comodità e i lussi che abbiamo.
(Carmilla – 1871)

Preceduto dall’escamotage della lettera introduttiva per legittimare la veridicità della storia, il racconto del “principe invisibile” Joseph Thomas Sheridan Le Fanu descrive, in forma di diario, la spaventosa esperienza vissuta dalla diciannovenne Laura, orfana di madre, che vive con il padre in una grande e solitaria residenza feudale in Austria.

Il castello, abitato anche dalla romantica governante e dalla razionale istitutrice, accoglie all’improvviso, in una notte d’estate – illuminata da una brillante luna piena – un’esanime ospite, affidata frettolosamente dall’affascinante e misteriosa madre alle cure del padrone di casa, in conseguenza di un incidente di carrozza occorso proprio sotto gli occhi dei quattro spaventati testimoni.

Carmilla è descritta come una fanciulla bellissima, con un incarnato luminoso, folti e setosi capelli castani, un incedere elegante ed occhi scuri e lucenti. Ha una voce dolcissima, un tocco soave che confonde ed uno spiccato languore, attribuito alla debolezza fisica dopo una lunga quanto vaga malattia. Tutti subiscono il suo magnetismo sottile, velato di un erotismo malato nella relazione simbiotica che instaura con la giovane inglese. Quest’ultima riconosce immediatamente nella ragazza la vivida presenza di un suo orribile incubo dell’infanzia, ma, nonostante il disagio iniziale per le strane abitudini della languida ospite, la liason diventa sempre più intensa.

Più si rafforza la particolare amicizia – che mai assume toni proibiti ma che insinua e sottintende continuamente un disegno generale di amore morboso ed orrore – più Carmilla ha reazioni disturbanti e rabbiose, e più Laura cade in uno stato di depressione e deperimento.

Il tragico mosaico prende forma con tocco leggero, in un crescendo di dettagli che, seppure insospettiscano i protagonisti, non veicolano alcuna certezza, poiché tutti trovano spiegazioni razionali anche alle rivelazioni più allarmanti, obnubilati dal potentissimo fascino della giovane. Che si rivela solo all’ultimo, nelle sua triplice ma univoca identità (Carmilla, Mircalla, ed anche Millarca), come un inquietante essere soprannaturale, ritratto singolare di sensuale ambiguità e di attraente perversione, in cui il non detto ed il palese si fondono con morbida audacia.

2 commenti

Archiviato in Recente passato

Spagna. Il cammino di Santiago e la letteratura compostellana.

La letteratura jacopea. “Non voglio conoscere la storia, voglio viverla, berla mangiarla. Amen!”

Cari Amici della terza pagina questa volta con bagaglio a mano andremo a curiosare  tra gli scritti riguardanti  uno dei più antichi e famosi sentieri di  pellegrinaggio d’Europa, il Camino de Santiago. Un percorso di ben 760 Km che credenti e non, provenienti  da tutta Europa, hanno attraversato fin dal Medioevo. La voce dei pellegrini ha dato vita alla letteratura jacopea.

Fonte: Alix De Saint André – Avanti in Cammino – Editore Terre di mezzo

 “Il cammino non ci dà tregua. Non soltanto è un continuo saliscendi, ma si passa dal paesaggio sublime alla discarica, dai campi immensi agli stabilimenti dimessi, da piccoli sentieri che profumano di nocciolo a ingrati marciapiedi lungo autostrade dove i camion passano a tutta velocità suonando il clacson come pazzi, da valichi vertiginosi e brinati a pianure ardenti ed aride, da campanili con le campane a festa a cigolanti mulini a vento, ecco questa brutta bestia di cammino; mai il tempo di farci l’abitudine!”

Alix de Saint André, giornalista francese e scrittrice, descrive così la varietà e mutevolezza di paesaggi che incontra il pellegrino sulla strada per Santiago (la Navarra e la Rioja dai cieli carichi di pioggia, le città medievali e le sterminate pianure della Castiglia e Leon, il prati inglesi e le scogliere a picco della Galizia). Il suo libro “Avanti, in cammino”, che in soli 4 mesi ha  venduto più di 80.000 copie soltanto in Francia, è un ottimo diario di viaggio e scritto rappresentativo della letteratura compostellana.

La letteratura odeporica compostellana raccoglie un vasto e insieme di testi riguardanti il tema del viaggio e del pellegrinaggio. Ha origini molto antiche. La  prima Guida del Pellegrino fu scritta ben nove secoli fa dettagliando  tappe,  città, luoghi e indicando ospedali (ossia le case del pellegrino in cui veniva  e viene tuttora offerta ospitalità).

“Il cammino ci fa vivere in un mondo parallelo. Vicinissimo alle città, e nello stesso tempo in nessun luogo. In un mondo di piccoli sentieri e di piccole frazioni che circondano con allegria le strade maestre. Un mondo di alberghetti e piccoli agriturismi, dove evolve anche una popolazione parallela, contenta di essere dov’è. Di farvi vedere come è bello li.”

Alix, compie il cammino per ben tre volte, e ce  lo racconta con una consapevolezza crescente. La profondità del suo sguardo non è mai pesante,  controbilanciata da un’ affettuosa ironia. Il lettore viene accompagnato in una lettura sempre più introspettiva facendolo ma mai noiosa ed estranea. E’ facile immedesimarsi anche se il cammino non lo si è mai fatto

Accanto alla letteratura di viaggio un grande  spazio ha anche la letteratura esoterica che, partendo da radici cristiane, associa al viaggio ai concetti di Sacrificio e Purificazione  e vede nella ricerca esistenziale il modo di arrivare ad una certa “Conoscenza” terrena, distaccandosi dall’ideale cristiano del raggiungimento della Vita Eterna. Un esempio di tali scritti è “Il Cammino de Santiago” di Paulo Coelho.

Gli scritti jacopei trovano anche un’ampio spazio nella saggistica, attraverso ricerche e scritti che nel corso dei secoli hanno documentato i luoghi e la storia del cammino.

Tema ricorrente della letteratura jacopea é  sicuramente la multiculturalità  e la ricerca di senso.

Sulla strada ci sono “Tutti. Un miscuglio di età, di nazionalità, e perfino di convinzioni, a quanto pare”. Santiago è il traguardo di un viaggio tutto Europeo “ giovani spagnoli, ragazze dell’est, svizzere tedesche…”.  Dopo aver percorso strade provenienti da ogni parte del continente a Roncisvalle i pellegrini di tutta  Europa si incontrano.

Ma cosa ha portato in tanti, fedeli e laici, per secoli a percorrere il cammino ? Cosa gli ha dato?  “Tanto. Cose semplici” dice Alix.

E’il sogno di solitudine e meditazione quasi mai realizzato dall’uomo che lo porta ad essere in contatto con se stesso e ad ascoltare la sua voce, a seguire il tracciato della propria esistenza, a renderla unica. L’allontanarsi dai ritmi serrati e dalla frenesia della quotidianità ed il procedere ad un passo più lento, in un mondo parallelo, liberandosi dalla paura di non arrivare. E dall’ossessione di arrivare.

“Per riflettere una nuova Europa, che non può essere costruita solo sull’economia e sulla politica, per cercarne il suo cuore antico, cosa meglio di quella via millenaria, percorsa persino da san Francesco? “

Libri per continuare il viaggio

Autore: Alix De Saint André

Titolo:  Avanti in Cammino

Tipo: diario di viaggio/romanzato

Autore: Paulo Coehlo

Titolo:  Il cammino di Santiago

Tipo:  letteratura esoterica

Autori:   Piergiorgio Odifreddi (matematico – ateo)

Sergio Valzania (giornalista – credente)

Titolo:   La via lattea

Tipo:    diario di viaggio/dialoghi

Vera

1 Commento

Archiviato in Recente passato

El ingenioso hidalgo Don Qiujote De Le Mancha

Capolavoro indiscusso della letteratura spagnola, la prima parte del “ Don Quijote dela Mancha” venne pubblicato nel 1605; la seconda parte, nel 1615. Satira di quei racconti epici, molto in voga all’epoca di Cervantes, come è possibile constatare sin dalle prime righe, il romanzo è pervaso da grande ironia. Il protagonista, Don Quijote per l’appunto, si nutre di letteratura cavalleresca, trasformando la sua passione in vera e propria ossessione. Egli però, a differenza dei suoi eroi letterari pretende di realizzare imprese nella Mancha, esigendo di agire come se il frutto della sua immaginazione fosse realtà. E’ dato ormai acquisito che questo “anti-eroe” letterario abbia perso il senno; ribattezzato il suo cavallo Ronzinante e proclamatosi cavaliere errante, partì con le sue armi in cerca di nuove avventure. Dato che “il cavaliere senza amore era come albero senza foglie”, il Quijote si prende la briga di trasformare l’umile contadina Aldonza Lorenzo, nella dama ispiratrice delle eroiche gesta: Dulcinea del Toboso. Stabiliti i canoni di quello che orami è divenuto il suo mondo, entra in una locanda, da lui tramutata in castello e lascia che l’oste lo armi cavaliere; magistrale è la descrizione della finta investitura. L’intento satirico di Cervantes si fa man mano sempre più evidente; la satira acquista maggiore consapevolezza. Degna di nota è la figura di Sancio Panza, un contadino del luogo, il quale dietro la promessa del governo di un’isola, acconsentirà a fargli da scudiero, cercando di riportare il cavaliere errante alla realtà. Ostinato a tramutare quella scarna avventura in un’impresa degna di un paladino, comincerà a leggere la realtà in maniera distorta. I Mulini a vento, i burattini, le pecore, saranno i suoi nemici e i suoi demoni; purtroppo da queste “imprese” ne uscirà sempre sconfitto, suscitando le ilarità dei lettori, i quali ne risulteranno letteralmente rapiti. Ridicolizzare i libri cavallereschi e satireggiare il mondo medievale è il fine che lo stesso Cervantes attribuisce alla sua opera; l’autore portandoci a riflettere con criticità sull’inconsistenza della tematica epica, pervasa sempre più da gesta e imprese oniriche, ci riporta, a suo modo, alla realtà. La genialità sta proprio in questo.
Valentina Nesi

Lascia un commento

Archiviato in Recente passato

E allora…MAMbo!

Se siete a Bologna, perché ci abitate o ci capitate, e avete voglia di una boccata d’arte varia ma non superba, allora la vostra meta non può che essere il Museo D’Arte Moderna, che si trova a due passi dal centro, nell’area del recupero urbanistico della Manifattura delle Arti, con sede nell’ex Forno del Pane.

Il Museo prende vita nel maggio 2007 dall’esperienza della GAM (Galleria d’Arte Moderna di Bologna), inaugurata nel 1975, da cui acquisisce parte delle raccolte, recepisce gli stimoli e di cui prosegue lo sviluppo dei progetti.

La location è di impatto, molto ampia e decisamente sobria, il che permette di dare il massimo respiro alle opere esposte, grazie ad una ristrutturazione particolarmente minimalista.

La permanente è intuitiva e trasversale, con alcune chicche preziose in grado di incuriosire anche i meno esperti, come la sottoscritta, che proverà timidamente a darne una lettura personalissima. Il percorso narrativo del museo mi è parso molto azzeccato, e si snoda attraverso 4 sezioni ben strutturate, sia cronologicamente che emotivamente, con un occhio di riguardo alle radici della città.

Si comincia dalle suggestioni più “politicizzate”, con Guttuso che rappresenta le esequie di Togliatti, ma anche Pasolini e Radio Alice; all’esperienza della Street Art, in cui Bologna è in simbiosi con New York (un Keith Haring donato dall’autore a suggellarne l’alchimia), per continuare con la Pop Art italiana – di cui il solo manifesto di Ultramobile vale la visita – e con l’arte cinetica, dove la commistione tra creatività e tecnologia crea dispositivi fluidi e quasi interattivi (ma non toccateli, rischiate grosso..).

Si prosegue con la sezione di arte astratta e informale, in cui la componente materica nelle varie opere è predominante – il tavolo di Consagra in marmo bianco e nero su tutti – fino al percorso che omaggia l’esperienza della GAM proponendo una collezione eterogenea che copre il quarantennio dal 1968 al 2008: la Foresta di Merz, l’ipnotico mignolo di Ontani e la suggestiva erosione di Cragg hanno felicemente catturato la mia attenzione.

L’ultima sezione è un laboratorio dedicato all’arte contemporanea italiana, di cui MAMbo si fa promotore, esponendo a rotazione opere degli artisti più attivi negli ultimi due decenni, di cui le cinture di Bonvicini, il lupo di Rivalta ed il diario di Comani sono, a mio parere, splendidi esempi di intelligente creatività.

Simona

Lascia un commento

Archiviato in Recente passato

Il concerto (e lo sconcerto) del primo maggio a Roma

Acclamato dal pubblico, elogiato dagli artisti. Il tradizionale concerto del primo maggio a Roma è fra le manifestazioni musicali più amate dagli italiani e ogni anno richiama in piazza centinaia di migliaia di persone, attratte dalle performance live delle star della musica e dalla connotazione sociale dell’evento.
Ciononostante, l’edizione 2012 della celebre kermesse è stata duramente criticata dal popolo della rete, che ha tacciato l’evento di demagogia tout-court.
Altro che concerto del popolo! Prosopopea insopportabile, populismo e noia: sono stati questi i termini utilizzati, per descrivere una manifestazione ormai stantia, sostenuta da un cast poco credibile e da monologhi ampollosi, scontati e intrisi di retorica. Continua a leggere

2 commenti

Archiviato in Recente passato

The non Musician

Quando mi chiedono quale sia il brano (o ancora peggio, la canzone) che preferisco in assoluto, storco il naso, rivelando una certa saccenza, mista ad imbarazzo. Un pò come scegliere una frase all’interno di un periodo, che si trova all’interno di un paragrafo, dentro un capitolo di un libro, magari facente parte di una collana! Impossibile.
Credo, invece, che la questione sia più articolata e legata al genere di musica che preferiamo. In realtà, a volte, anche le risposte vincono la gara delle banalità contro le domande: “..Io ascolto TUTTA la musica, perché mi piace TUTTA”. Solitamente, questa risposta è accompagnata da una smorfia simile a un sorriso e da uno sguardo che cerca ciò che mai troverà.
Il lungo preambolo, per introdurre l’episodio che mi vide porre una domanda da “persona semplice”, come dicono i bolognesi d.o.c. e, infatti, chiesi: “Ma questo, che genere di musica fa?”
Beh, Questo, era Brian Eno.

Oltre ad essere un polistrumentista, compositore, cantante, produttore discografico, pittore, scultore e videomaker, Eno è conosciuto, tra l’altro, per aver inventato un genere musicale, l’ambient e per aver dato il via a concetti come la musica new age.

Parallelamente agli studi d’arte, Brian Peter George St. John le Baptiste de la Salle Eno porta avanti, in forma privata, i suoi personalissimi studi di musica sperimentale, che lo conducono ad approfondire gli aspetti legati alla musica concreta ed aleatoria.
“Lo stratega obliquo” soprannome attribuitogli per il modo di porsi nei confronti dell’arte per eccellenza, arriva ad inventare, per pura esigenza di ricerca, un apparecchio sonoro ad acqua piovana, grazie al quale registrerà vari motivi per percussioni.
E’ l’embrione di tutto.
Sono gli anni in cui Eno pubblica Music for non Musician, quasi un manifesto, col quale esalta il personaggio del non musicista, ossia la valorizzazione della genialità creativa rispetto alla competenza tecnica, indispensabile, tuttavia, per una perfetta esecuzione.

Non è un genere semplice da cogliere quello di Eno, non è di immediata fruibilità, almeno non per chi non intende regalarsi del Tempo.

E’ una musica tematica, che tende a riempire degli spazi vuoti, fondendosi in completa armonia con altri suoni, voci, rumori e pensieri, come in Music for Films: 18 mini-tracks oniriche, minimaliste e sofisticate, che donano un idillio che, a tratti, lascia sgomenti.

Ma è con Music For Airport, nel 1979, che il filosofo della musica, manipolatore per eccellenza, trova ciò che cerca: la musica diviene adesso, arredamento di gigantesche sale, non solo aeroportuali; sono coinvolti anche gli enormi ambienti, adibiti a mostre o gallerie d’arte che, delicatamente, si vestono d’armonia.
L’antico e tradizionale concetto di ascolto sparisce.

Chiudiamo gli occhi e prendiamoci il nostro Tempo.

Massimo Biondi

1 Commento

Archiviato in Recente passato