Archivi del mese: aprile 2012

Sulle tracce di Antonia Pozzi

La giovane poetessa e fotografa milanese, nata il 13 febbraio 1912 e morta suicida a 26 anni senza aver mai pubblicato una sola poesia, è oggi ormai unanimemente riconosciuta una delle voci più alte della poesia italiana e lombarda del ’900.

Antonia Pozzi è figlia dell’avvocato Roberto Pozzi e della contessa Lina, proprietari di una vasta tenuta terriera. Antonia cresce in una famiglia ricca, colta e stimolante sotto il profilo culturale.
Gli anni del liceo segnano per sempre la vita di Antonia: in questi anni stringe intense e profonde relazioni amicali ed incomincia a dedicarsi con assiduità alla poesia, ma, soprattutto, fa l’esperienza esaltante e al tempo stesso dolorosa dell’amore. È il 1927: Antonia frequenta la prima liceo ed è subito affascinata dal professore di greco e latino, Antonio Maria Cervi; non dal suo aspetto fisico, poiché nulla ha di appariscente, ma dalla cultura eccezionale, dalla passione con cui insegna e dai suoi modi.

 

Antonia è capace di amare di un amore assoluto, senza vincoli, senzi freni. Vive una storia d’amore troppo condita da anni di divario, maturità, esperienze che bruceranno ogni aspettativa verso il futuro. Antonio è un uomo troppo più grande di lei e non rappresenta la scelta di rango che il padre di lei si aspetta. Il padre, persona austera, non accetta l’amore di Antonia per un uomo più grande, cosa avrebbero pensato gli altri? Ecco che il malessere di Antonia nidifica nella poesia ed i suoi versi silenziosamente si inchiostrano taglienti, così fervidi di acuta sofferenza da scuotere l’animo anche di uno stolto.

Vorrei che la mia anima ti fosse
leggera,
che la mia poesia ti fosse un ponte,
sottile e saldo,
bianco
sulle oscure voragini
della terra.

Nel 1930 Antonia entra all’Università nella facoltà di lettere e filosofia; conosce maestri illustri: Vittorio Sereni, Remo Cantoni, Alberto Mondadori, Dino Formaggio, per citarne alcune; frequentando il Corso di Estetica, tenuto da Antonio Banfi, decide di laurearsi con lui e prepara la tesi sulla formazione letteraria di Flaubert, laureandosi con lode il 19 novembre 1935.

Nasce in lei l’amore per la montagna, coltivato fin dal 1918, quando ha incominciato a trascorrere le vacanze a Pasturo, paesino ai piedi della Grigna in provincia di Lecco. Spesso Antonia si avventura tra rocce alpine e scalate, vivendo esperienze intensissime, che si traducono in poesia o in pagine di prosa che mettono i brividi, per lo splendore della narrazione e delle immagini.

Dolomiti
Non monti, anime di monti sono
queste pallide guglie, irrigidite
in volontà d’ascesa. E noi strisciamo
sull’ignota fermezza: a palmo a palmo,
con l’arcuata tensione delle dita,
con la piatta aderenza delle membra,
guadagnamo la roccia; con la fame
dei predatori, issiamo sulla pietra
il nostro corpo molle; ebbri d’immenso,
inalberiamo sopra l’irta vetta
la nostra fragilezza ardente. In basso,
la roccia dura piange. Dalle nere,
profonde crepe, cola un freddo pianto
di gocce chiare: e subito sparisce
sotto i massi franati. Ma, lì intorno,
un azzurro fiorire di miosotidi
tradisce l’umidore ed un remoto
lamento s’ode, ch’è come il singhiozzo
rattenuto, incessante, della terra.

Nel 1931 è in Inghilterra, ufficialmente per apprendere bene l’inglese, mentre è stata quasi costretta dal padre, che intendeva così allontanarla da Cervi;
Infatti nel 1933 Antonio Maria Cervi decide di interrompere la relazione. Antonia soffre, cerca di continuare la sua vita, scrive, fotografa per catturare istanti che in realtà non fissano altro che il suo malessere per un amore mancato…

“Sono la scarna siepe del tuo orto
che sta muta a fiorire
sotto convogli di zingare stelle”

In realtà lei cercherà sempre attraverso i suoi versi di placare questa sofferenza, di esorcizzare quell’amore mancato come se fosse un aborto:“…Oh, possa tu incontrare la donna che ti ridia la creatura che abbiamo sognata e che e’ morta… dalla quale avere il figlio cosi’ spesso immaginato con le solite frasi …Voglio che il bambino abbia gli occhi come i tuoi…”

Nel 1934 compie una crociera, visitando la Sicilia, la Grecia, l’Africa mediterranea e scoprendo, così, da vicino, quel mondo di civiltà tanto amato e studiato dal suo professore amato! Tra il 1935 e il 1937 è in Austria e in Germania, per approfondire la conoscenza della lingua e della letteratura tedesca.
Intanto è divenuta “maestra” in fotografia: non tanto per un desiderio di apprenderne la tecnica, attitudine troppo arida per lei, quanto perché le cose, le persone, la natura hanno un loro sentimento nascosto che l’obiettivo deve cercare di cogliere, per dar loro quell’eternità che la realtà effimera del tempo non lascia neppure intravedere. Ecco che i suoi album iniziano a prendere forma, vere pagine di poesia in immagini: volti di poveri contadini, lavori corali nei campi, umili consuetudini di paese e la stessa natura sembrano evocare il mito di un’esistenza “tutta nutrita dal di dentro e senza schiavitù”. Lei che è schiava di un sentimento troppo forte! Emerge in queste immagini l’aspirazione a rivelare l’essenza profonda e la ricchezza simbolica del reale, in cui l’armonia tra terra e uomo appare come l’archetipo ideale di un tempo ciclico, universale ed eterno.

Antonia quindi sembra riprendere la sua vita nella normalità, che si diceva solamente parvenza. In realtà Antonia Pozzi vive dentro di sé un incessante dramma esistenziale, che nessuna attività riusciva a placare: né l’insegnamento presso l’Istituto Tecnico Schiaparelli, iniziato nel ‘37 e ripreso nel ’38; né l’impegno sociale a favore dei poveri, in compagnia dell’amica Lucia; né il progetto di un romanzo sulla storia della Lombardia a partire dalla seconda metà dell’Ottocento; né la poesia, che rimane, con la fotografia, il luogo più vero della sua vocazione artistica. Siamo nel periodo delle Leggi Razziali che Antonia vive in prima persona perché alcuni suoi più cari amici vengono uccisi. Gli editori Treves, di origine ebraica, amici carissimi di famiglia, sono costretti ad abbandonare l’Italia. Antonia si dibatte tra momenti di crisi (si moltiplicano gli accenni alla morte, già rintracciabili negli anni precedenti) e di una serenità che sembra riconquistata.

La sua poesia, asciutta e penetrante, viene riscoperta anni dopo grazie a  Eugenio Montale,  che apprezzava in lei l’abilità di «ridurre al minimo il peso delle parole».
Antonia ha il dono di sferzare parole come lame taglienti ma la mancanza di una fede, rispetto alla quale Antonia, pur avendo uno spirito profondamente religioso, rimase sempre sulla soglia, contribuisce all’epilogo: è il 3 dicembre del 1938. Quando Antonia Pozzi, che aveva proteso il suo sguardo quasi all’infinito, per cogliere l’essenza del mondo e della vita, trova per sempre la pace imbottita di farmici e tristezza.

“Guardami: sono nuda. Dall’inquieto
Languore della mia capigliatura
Alla tensione snella del mio piede,
io sono tutta una magrezza acerba
inguainata in un color avorio.
Guarda: pallida è la carne mia.
Si direbbe che il sangue non vi scorra.
Rosso non ne traspare. Solo un languido
Palpito azzurrino sfuma in mezzo al petto.
Vedi come incavato ho il ventre. Incerta
È la curva dei fianchi, ma i ginocchi
E le caviglie e tutte le giunture,
ho scarne e salde come un puro sangue.
Oggi, m’inarco nuda, nel nitore
Del bagno bianco e m’inarcherò nuda
domani sopra un letto, se qualcuno
mi prenderà. E un giorno nuda, sola,
stesa supina sotto troppa terra,
starò, quando la morte avrà chiamato.”

E’ sepolta, come aveva desiderato, nel cimitero di Pasturo, in Valsassina. Lei non rappresenta solo l’angolo spigoloso tra la sua tragedia personale e la crisi di un’epoca ma l’essenza stessa di ciò che la poesia rappresenta per l’essere umano:

“la poesia ha questo compito sublime: di prendere tutto il dolore che ci spumeggia e ci rimbalza nell’anima e di placarlo, di trasfigurarlo nella suprema calma dell’arte, così come sfociano i fiumi nella celeste vastità del mare”

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La letteratura Giapponese post Fukushima

Amici della terza pagina benvenuti nel blog!  Spulciando tra alcune riviste letterarie internazionali e munita di un bagaglio a mano in cui metterò alcuni libri proverò con voi a raggiungere qualche parte del mondo per curiosare tra ciò che si scrive e che si legge.

Meta di questo primo viaggio è il Giappone e la letteratura Giapponese

Fonte: Spécial Japon – n.403 di “Lire”

La letteratura Giapponese è stata al centro dell’ultimo salone del libro di Parigi che si è tenuto in marzo. La rivista letteraria francese “Lire” ha dedicato nel numero di marzo un intero dossier al tema. Provo per voi a sintetizzarne alcuni concetti che mi paiono interessanti ma consiglio di leggerne il contenuto integrale.

Il dossier da un quadro generale sulla letteratura giapponese:  gli autori principali, il mercato editoriale nipponico e soprattutto l’impatto che la tragedia di Fukushima sta avendo sullo stile letterario  giapponese.

E’interessante sapere che una letteratura Giapponese autonoma rispetto alle influenze cinesi nasce soltanto a partire dal XIX secolo quando il Giappone si apre all’occidente. Da li in poi la letteratura Giapponese si distinguerà per la ricerca di un equilibrio tra tradizione e modernità e sarà fortemente influenzata dalla letteratura e dalle correnti Europee.

E’ difficile individuare un leitmotiv nella scrittura degli autori giapponesi, che costituiscono un panorama molto variegato e frammentato.  E’ tuttavia possibile individuare un gruppo di autori cosiddetti classici che segnati dagli avvenimenti del XX secolo, quali guerre, terremoti e l’atomica testimoniano soprattutto la trasformazione della società giapponese e le contraddizioni che da questa derivano (Yukio Mishima 1925-1970, Kenzaburō Ōe 1935- 1944, Yasunari Kawabata 1899-1972, Ryūnosuke Akutagawa 1892-1927,  Osamu Dazai 1909-1948, Kōbō Abe 1924-1993, …).

C’è poi un gruppo di autori nati dopo la guerra che esprimono la perdita di riferimenti ed il vuoto di un popolo le cui radici sono state strappate dalla storia, molte delle opere di questo periodo trattano temi esistenziali. Le prime riviste letterarie nascono nel dopoguerra e nasce anche una letteratura di massa. In questo periodo ci si apre ad una letteratura che non è più soltanto improntata alla tradizione, alla memoria storica ma anche una lettura più leggera e più facile in cui viene data voce ai cambiamenti socioculturali del dopoguerra (liberalizzazione dei costumi sessuali, progresso economico, modernità). Le nuove generazioni sono aperte a qualsiasi influenza esterna per andare oltre la loro insularità e mescolarsi al resto del pianeta.

Tra gli autori di questa seconda wave: Haruki Murakami (1949), Hitonari Tsuji (1959), Teru Miyamoto (1947), Ryu Murakami (1952), Keiichiro Hirano (1975).

Molte le scrittrici giapponesi che trovano nella scrittura un rifugio nell’onirismo per sfuggire ad un mondo crudele e alla loro fragilità: Yoko Tawada (1960), Yuko Tsushima (1947), Rieko Matsuura (1958), Banana Yoshimoto (1964).

Mariko Ozaki, responsabile della pagina culturale di uno di uno dei giornali più famosi, comparabile a le Figaro in Francia, parla della letteratura giapponese postmoderna che in giappone nasce nel 1987.  I due libri emblema della letteratura post moderna sono “Kitchen” (1988) di Banana Yoshimoto e “La ballata dell’impossibile” (1987) di Haruki Murakami. Quest’ultimo con il suo ultimo libro 1Q84 ha venduto più di 2 milioni di libri in Giappone nel 2009, diventando uno dei romanzi più venduti.

Questi autori postmoderni rispetto ai precedenti hanno il vantaggio di scrivere come parlano. “Con loro le piume spariscono” dice Ozaki. Murakami non scrive con il suo ego ma purifica la scrittura, cattura le cose con la sua parte inconscia.

La letteratura è per i giapponesi strumento essenziale di espressione sociale ed eco attraverso il quale far si che la voce arrivi dall’isola verso il resto del mondo. Questa affermazione è tanto più vera dopo gli eventi di Fukushima.

Come dopo Hiroshima la letteratura giapponese ha dato vita ad un filone “surrealista” collegato all’esperienza dell’atomica. Fukushima ha prodotto attraverso le  onde sismiche del terremoto effetti sull’esigenza di scrivere e di leggere nella società giapponese.

La gente ha sentito la necessità di avvalersi della letteratura e delle informazioni per capire cosa accadeva intorno a loro. Lo hanno fatto leggendo, andando nelle librerie. Questa reazione, apparentemente strana per un occidentale va contestualizzata nella cultura nipponica. I giapponesi (dice Haruki Murakami) sono persone routinarie ed individualiste. Camminano per strada tenendo in una mano lo smartphone e l’altra nella tasca. Ecco perché leggere funziona.

Fukushima ha accresciuto l’esigenza di informarsi leggendo. A questa crescente domanda tuttavia gli scrittori giapponesi fanno fatica a rispondere. Dopo l’11 marzo del 2011 gli scrittori si chiedono come scrivere. Yutaka Yano (intervistato da Lire) caporedattore di Shincho rivista su cui sono stati  pubblicati i più grandi classici della letteratura giapponese, afferma che la maggior parte delle interviste da lui pubblicate nell’ultimo anno rispondono al tema “Come scrivere dopo Fukuhima”.

In generale è aumentata anche l’esigenza di scrivere, soprattutto per le scrittrici. Ryoko Sekiguchi, che vive a Parigi e scrive sia in giapponese che francese, rappresenta un po’ la nuova generazione del post Fukushima ed ha pubblicato “Ce n’est pas un hazard” cronaca sull’ 11 marzo 2011. Ryoko  afferma  “il mio editore dice che scrivo per esorcizzare, fermare le parole e le frasi e compattarle come si fermano nei reattori le particelle radioattive”. Non aveva mai immaginato di usare questa parola in un suo libro: “radioattivo”. Tutto ciò dimostra come la scrittura non può prescindere da un tale avvenimento. Non è compito forse della letteratura interrogarsi sul presente e sull’avvenire?

Molti autori Giapponesi pensano di non essere in grado di descrivere la nuova realtà e si sentono inutili. La creatività è imbrigliata dalla catastrofe. E’ in crisi. Ma in qualche modo questo momento di empasse può essere un opportunità. I romanzi trattano del tempo ed il Giappone è in un tempo che non era previsto. L’economia e la politica sono bloccate.

Nel dopo Fukushima la difficoltà di trovare un nuovo linguaggio o espressione a una realtà radicalmente mutata ha portato molti autori e neo autori ad esprimere i sentimenti con la  poesia. Per esempio con  twitter dove certamente non si possono scrivere romanzi ma le poesie, quella si!

Libri per continuare il viaggio:

Titolo: 1Q84

 Autore: Haruki Murakami 

   Titolo: Giorni Giapponesi

    Autore: Angela Terzani Staude

 

  

 

  Autore: Mariko Ozaki

  Titolo: Ecrire au Japon

Le roman japonais depuis les années 1980

   

Autore: Banana Yoshomoto

  Titolo: The lake

 

 

 

Libro non ancora uscito in italia.

Gli introiti sono stati  devoluti per la ricostruzione post terremoto.

Vera Di Cristinzi

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Il “caso” del Lazzarillo de Tormes

Il Lazzarillo de Tormes, opera anonima diffusa in Spagna tra il 1525 e il 1539 da il via al filone del romanzo picaresco. Il picaro, nella letteratura iberica, è il classico vagabondo che adotta molteplici espedienti per arrivare a fine giornata. Passando con estrema facilità da un padrone all’altro, affrontando avventure le quali molto spesso rasentano il grottesco (celebre è l’aneddoto del furto del vino al ceco, nel Lazzarillo de Tormes), questi sono costretti a piegarsi dinnanzi quello che è il loro ineluttabile destino. Intrinseca nella filosofia di tali romanzi è l’impossibilità di accedere ai gradini più alti della scala sociale, e seppur Lazzaro, grazie al matrimonio con la concubina di un prete, riesce a trovare quella stabilità tanto ambita, arrivando a diventare banditore del succitato prelato, non bisogna dimenticare che nella mentalità spagnola del tempo, quello forse era il lavoro più disdicevole che potesse esistere.  Scritto in prima persona, l’espediente per il quale un personaggio di così bassa lega è autorizzato a redigere per iscritto le proprie fortunas y aversidades, ci viene dato da un non specificato “caso”. Lazzaro scrive a Vo Signoria, un personaggio del quale non si conosce la reale identità, per difendersi; da cosa non è dato saperlo; questo “caso” che viene più volte citato, induce il protagonista a fissare sulla carta, non lesinando dettagli, quella che è stata la sua vita. Padre ladruncolo e madre concubina di un moro, quando anche quest’ultimo viene arrestato Lazzaro viene affidato a un ceco; le botte prese da questo e la fame patita lo portano ad arruolarsi al servizio di un prete, del quale lui dirà “ sono caduto dalla padella alla brace”, di uno scudiero, il quale a causa dell’orgoglio non ammette di trovarsi in precarie condizioni economiche e  di tanti altri, sino all’“ascesa” che per lui è rappresentata, appunto, dall’impiego come banditore.  Nel Lazarillo de Tormens non vi sono riflessioni di ordine morale e vaghi sono i riferimenti storici.  Le sue vicende riflettono la situazione di incertezza della Spagna di Carlos V, in quel periodo precaria per la politica ma fertile per quanto riguarda l’arte (prenderà il nome di Età dell’oro). Inserito nell’indice dei libri proibiti dall’inquisizione, il romanzo è senza dubbio opera di un autore colto che attinge dalle tradizioni popolari sfruttandone al meglio le peculiarità.

Valentina Nesi

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To Rome with love

Nelle sale cinematografiche è appena uscito il nuovo film di Woody Allen, in cui il regista newyorkese dichiara tutto il suo amore per la Città Eterna. Quale migliore spunto per organizzare una Vacanza Romana?
Tappa obbligata è la visita alla mostra ‘Dalì. Un artista. Un genio’, in programma al Complesso del Vittoriano fino al primo luglio. Ne emerge un Dalì diverso dal pittore surrealista studiato sui libri di storia dell’arte ai tempi della scuola, un Dalì personaggio, opera d’arte animata e fine conoscitore della potenza dei mezzi di comunicazione di massa. Attraverso la visione dei filmati d’epoca, presentati all’inizio della mostra, si apprezza la sua eccentricità e la sua sensibilità, non solo artistica, ma soprattutto umana. Il suo viso e i suoi baffi, diventano un’icona nella serie di fotografie del fotografo russo-americano Philippe Halsman, Dalì scherza e, a volte, si prende gioco dell’obiettivo,  dimostrando di avere piena consapevolezza della forza evocativa della sua immagine. Un altro fil rouge della mostra è il rapporto di Dalì artista con l’Italia e, in particolare, con i grandi del Rinascimento italiano, Raffaello e Michelangelo in primis. In questo caso apprezziamo l’abilità del pittore, che fa proprie e reinterpreta le tecniche dei Maestri della tradizione, mettendole al servizio della propria arte. L’ultima sezione della mostra è dedicata alle collaborazioni che l’artista catalano ha intrapreso con i mostri sacri del cinema italiano, Luchino Visconti e Federico Fellini, a testimonianza, ancora una volta del suo essere eclettico e artista a tutto tondo.
Non si può andare via da Roma, senza trascorrere qualche ora alla scoperta delle meraviglie di Trastevere: le piazze, la miriade di vicoli, le trattorie con la cucina romana d’eccezione, i negozi vintage. Un autentico ristoro dal traffico e dai rumori della quotidianità. E se si riesce, una visita al Museo di Roma in Trastevere, in Piazza Sant’Egidio, 1, è vivamente consigliata. E’ un piccolo museo fotografico, ma dalle molte sorprese. In programma fino al 27 maggio la mostra ‘Io amo l’Italia’ di Leonard Freed, il fotografo di Brooklyn della scuderia Magnum. Sono esposte le fotografie scattate nel Bel Paese, da nord a sud, da un artista che non si definiva ‘autore interessato ai fatti’, ma che si poneva come obiettivo primario quello di ‘mostrare atmosfere’.
Al termine di una giornata all’insegna dell’arte e delle scoperte artistiche, l’ideale è un aperitivo in Piazza Navona, magari al tramonto, quando le luci rosse illuminano la piazza più viva e coinvolgente di Roma, stracolma di artisti e vibrante di musica immortale.
Magda

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Il ragazzo di strada

Maestro del naturalismo americano, letterato per vocazione, giornalista per scelta; Stephen Crane è stata una delle personalità più controverse della letteratura statunitense. Anticonformista e irrequieto, viaggiatore dalla salute cagionevole, reporter nella guerra ispano-americana e in quella greco turca; preveggente. Si, perché questo scrittore dalla vita così turbolenta, predisse che la morte, per lui, sarebbe sopraggiunta troppo presto. “ Non ho tempo”, ripeteva a quanti gli domandassero il perché del suo incessante peregrinare, molto spesso senza una meta ben precisa, alla ricerca solo della “notizia”.

Cominciò a scrivere a quattro anni, quattordicesimo e ultimo figlio di un pastore protestante; il padre, nei suoi diari annotò la prima domanda postagli da Stephen: riguardava la forma delle lettere.

Brillante ma non avvezzo agli studi, decise che il college non era la sua strada. Prese a girovagare per il Paese, scrivendo di cronaca così come di guerra; obbiettività quasi scientifica dello sguardo e polemicità del punto di vista erano le sue armi. Accettò la realtà industriale del presente senza riserve; non guardandosi mai indietro. Vide la religione come l’ultima testimonianza di quella che è “la grande beffa del destino umano”. Le domande che si poneva erano le stesse di tutti gli esseri umani; ma non proprie dei grandi eroi, bensì di coloro che faticavano ad arrivare a fine giornata a causa della “stanchezza di vivere”. Grazie alla sagace ironia adottata persino nei reportage dal fronte, Crane lascia  cogliere al lettore dei minuzie sociali peculiari. Lo stacco da una dimensione all’altra diviene così chiarificatrice. Dichiarando apertamente la sua fede nel naturalismo, ritenne il contesto sociale l’ unico vero responsabile di un destino. L’omocromia linguistica ha caratterizzato le sue opere; come sostiene l’americanista Vito Amoruso  è proprio attraverso i modi espressivi che Crane realizza “un rapporto con l’America del presente, fatto di sdoppiamento e di adesione”.

Morì a ventinove anni; non si seppe mai con esattezza di cosa; trascorse gli ultimi anni della sua vita con Cora Howorth, gestrice di una casa di piacere e zenit in un’esistenza caratterizzata da continui mutamenti. Lui che fu testimone oculare di due tra i più sanguinosi conflitti della storia americana, che vide affondare la nave sulla quale viaggiava, vivendo per diversi giorni su di una scialuppa alla deriva nell’oceano, che fu al centro di uno scandalo per aver testimoniato a favore di una presunta prostituta, se ne andò in sordina, lasciando a memoria di sé, due capolavori della letteratura americana moderna: Maggie: ragazza di strada(1893), considerato il manifesto del naturalismo d’oltre oceano e Il segno rosso del coraggio(1895) satira sul presunto eroismo dei militari impegnati al fronte; tema quanto mai attuale.

Valentina Nesi

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